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Utente: VivianWyndham
Nome: Vivian Wyndham
Forse i miei sogni non si sono ancora infranti. Per questo farò tutto quello che è in mio potere per raggiungerli, o perlomeno sfiorarli.

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Questo blog è legato al gioco di ruolo relativo alla storia di Sweeney Todd

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lunedì, 07 aprile 2008

Gusti difficili

Se la solitudine potesse placare l'anima da una vita quasi certamente sprecata. Se l'ardore che anima il mio cuore potesse incendiare gli occhi di chi mi è attorno, affinchè si accorgano.
Comportamenti assurdi, forzati, l'etichetta che smaniosa richiede di essere osservata, ma qual è il fine? La realtà è che il degrado che macchia queste mura, queste strade, ed anche le persone, mi scuote in modo insopportabile.

Il mio sonno è scosso da numerosi, troppi incubi. Qualcosa disburba i miei pensieri, vorrei delle risposte. Se fosse qui lui, credo che mi darebbe dele soluzioni, ma visto che la morte se lo è portato via, posso solo ripiegare su di un'altra persona: il pastore Morris.
Ho la necessità di parlargli, magari potrebbe trovare le parole giuste per tranquillizzarmi, e credo che solo un illuminato della religione mi sia d'aiuto in questo momento.

La mattina è fresca, e il sole sorto da poco cerca inutilmente di scaldare la città; una leggera nebbiolina è posata sulle strade.
Mi copro ben bene, avvolgendomi in una lunga sciarpa, pronta ad uscire.

Alzo la testa verso l'alto, e noto che il cielo è completamente pulito, non una nuvola. Uno strano silenzio mi circonda, e mi sconvolge l'idea che ancora siano tutti a letto. "Sonni tranquilli i loro, fortunate anime" sussurro.
Mi avvio verso la piccola chiesa, che si trova in una piazzetta non molto distante da casa mia, giusto il tempo per riscaldare il corpo camminando, moto che costituisce un'ulteriore protezione dal rigido inverno.

Vedo qualcuno in lontananza camminare su per St. John Street, spinge una piccola carretta, forse sarà un commerciante diretto al mercato dell'ortofrutta del lunedì.
Lo ignoro, e dopo qualche minuto eccomi salire gli scalini che giungono al portone della chiesa, ma questo è chiuso. Per quanto mi sembri strano che ancora il pastore Morris non sia in chiesa, faccio il giro del cortile fino a giungere ad una piccola casetta sul retro, dove l'uomo vive. Busso ripetutamente, ma nessuna risposta mi viene incontro.  Senza avere la minima idea di dove possa essere finito Morris, colgo l'occasione per visitare il cimitero lì vicino.

Apro il piccolo cancello cigolante, e seguo il sentiero fino al piccolo colle dove trovo la mia famiglia. Non resisto per più di due minuti. Nonostante la bella giornata che si sta formando, cala il gelo su di me, fin dentro le ossa.

Nel tragitto del ritorno, uscita dal cimitero, trovo la Signora Smith, la domestica del pastore, così chiedo a lei. Mi risponde in tutta fretta che le era stato chiesto di non recarsi alla sua casa in quel giorno, poiché le aveva concesso tutto il lunedì libero. Nel salutarla la ringrazio. Poi però vengo proprio da lei richiamata a gran voce.
"Signorina Vivian, aspetti!", così ritorno dalla donna.
"Mi dica Signora Smith".
"Mi ricordo che il pastore Morris aveva in mente di recarsi nella chiesa del quartiere vicino per certi affari, di cui non mi ha riferito. Dopo di ché si sarebbe recato dalla Signora Lovett per un veloce pranzo. Mi rammento di questo, perchè mi ha ripetuto più volte di non preparargli alcunché per desinare".
"Oh, la ringrazio dell'informazione Signora Smith".
"Si figuri. Se ha urgenza di parlargli, adesso sa dove trovarlo. Le auguro un buon proseguimento di giornata".
"Anche a lei", le dico congiungendo le mani in segno di gratitudine.
"E si ricordi di venire più spesso a trovarci in chiesa, è veramente molto che non la vedo alla messa" aggiunge lei, e così dicendo si volta e accellera il passo per unirsi ad altre donne in attesa di sparlare un po' del vicinato.

E' ancora troppo presto, così ritorno a casa, per riassetare il salotto.
Poco prima che l'orologio rintocchi mezzogiorno, mi riavvolgo nel mantello, indosso la mia cuffietta, e corro dalla Signora Lovett. Stranamente non c'è nessuno all'interno del suo negozio, e la porta è chiusa. Cerco di affacciarmi dentro spingendo il mio viso contro il vetro e oscurando la luce del sole con entrambe le mani, ma non scorgo nessuno.
All'improvviso sento un urlo soffocato concluso con uno strano stridio, provenire dalla bottega vicina del nuovo barbiere della città.
Incuriosita mi avvicino all'entrata. La mia mano si alza diretta alla maniglia della porta, pronta ad aprirla. Dal niente mi si para davanti, al di là della vetro della porta, una figura scura, con occhi intensi iniettati di sangue, che con secche fredde parole mi dice "go out!". Non le urla, ma le scandisce con tale decisione che indietreggio confusa, allontandomi da quella bottega.

Continuo ad indietreggiare di qualche passo, finchè incimapo nel mio mantello. Una porta alla mia destra di apre, ed una donna mi aiuta a rialzarmi. Io mi pulisco il velocemente la gonna con le mani, e alzo il mio sguardo. "Ma cosa vi è successo piccola cara?", mi dice la Signora Lovett.
"Oh cielo, santo cielo. Mi dispiace, io non volevo, forse ho disturbato il nuovo barbiere. Mi rammarico!" le dico in un fiato.
La donna costernata, rivolge uno sguardo preoccupato in direzione della bottega del barbiere, e prosegue "Non dica sciocchezze Signorina Vivian. Il Signor Todd..."
"Todd, è cosa che si chiama?", la interrompo io.
"Sì, il nuovo barbiere è il Signore Sweeney Todd, ma è già da qualche mese che presta i suoi servizi", mi risponde.
"Qualche mese? Non lo sapevo proprio!", le dico.
"Le credo. Se lei uscisse un po' più da quelle sue stanze, forse sarebbe al corrente di quelle che accade a Londra".
Annuisco poco convinta. Lei mi guarda incorraggiante, e facendomi un bel sorriso dice "Su entri dentro, le offro qualcosa di caldo", così mi spinge dentro il suo negozio. "Tieni, guarda qui, un bel pasticcio di carne, avvolto da croccante pasta", e mi tende un piatto con quello strano tortino.
Le abbozzo un sorriso, e le dico "Molto gentile da parte sua, ma ho appena fatto colazione".
"Quand'è così", dice e prende un po' di carta con cui vi avvolge il pasticcio "lo porti a casa, e lo mangerà a pranzo".
Notando la mia indecisione, continua "Non farà mica complimenti con me, che la conosco da una vita?"
"No, no, certo", detto questo prendo il fagotto, e lo metto sotto braccio. "La ringrazio di cuore Signora Lovett".
"Di niente cara, torna pure quando vuoi". Mi accompagna alla porta, la apre, e scende con me in strada. "A proposito di quello che è successo prima, Signorina Vivian, mi scuso per il modo brusco del Signor Todd, quando è di cattivo umore è meglio non stargli intorno, ma le assicuro che è un'ottima persona".
"Certo, non si preoccupi, non è accaduto niente, tutto dimenticato", e mi riavvio verso la mia accogliente dimora, a disagio però per i nuovi pensieri che mi sono formati in testa.
Del pastore Morris nessuna traccia. Gli parlerò un altro giorno, adesso voglio solo ritornare a casa.

Arrivati vicino alla mia via vedo un vecchio cane ad un lato della strada: probabilmente si starà godendo i preziosi raggi di sole, così rari a Londra in questa stagione.
Mi ricordo del fagotto che ho ancora con me. Lo porto vicino al viso per ispezionarlo, e l'odore che ne esce è talmente disgustoso da fare scendere sulla mia schiena piccoli brividi.
"Magari lui non noterà il sapore" penso, così mi chino a debita distanza, e in direzione del cane gli getto quel tortino di carne. Questi, come svegliato da un lungo sonno, si alza sulle quattro zampe, ritrovando una nuova vitalità, e azzanna il pasticcio. Dopo pochi attimi però, rilascia cadere il boccone sulla strada, e se ne va piagnucolando con la coda fra le gambe.

scritto da VivianWyndham alle ore 22:54 | commenti (13)
Categorie: gusti difficili





sabato, 05 aprile 2008

Il thé

Oggi piove. E' meraviglioso il grigiore che avvolge Londra, lo adoro profondamente. Non so perchè ma più le giornate sono grigie e piovose, e più mi riconosco nel tempo.
A dire la verità qui la pioggia è una costante, e questo mi è di grande conforto. E' il clima adatto a rilassare me stessa, e far così fluire i pensieri più liberamente.

Sono trascorsi due giorni, e il pastore Morris non si è più fatto vedere: meglio così. Mi mette inquietitudine quell'uomo, che tra l'altro tutto ha capito meno chi sono veramente io.
Mi ha a cuore, perchè il precedente pastore, prima che Morris assume la carica di vicario, era riuscito a spendere le sue ultime parole proprio a lui in merito alla mia protezione. Essendo stato l'uomo una guida spirituale, un vero maestro per Morris, quest'ultimo prese immediatamente sul serio questo compito: mai cosa fu a me più nefasta.

Ora che ci penso è probabile che il pastore Morris se ne sia andato da qualche parte con il suo amico mendicante, l'unico in tutta Londra a mantenersi ubriaco tutto il dì: da qui l'assoluta instabilità delle sue "intime" confessioni. Ma lasciamo stare, meglio pensare ad altro.

 

Non esco molto, anzi quasi mai, ma vi è un piacere più di ogni altro che distoglie la mia attenzione dalle quattro mura. Niente di illegale, come oppio o cose del genere. La mia è una necessità vitale, quella nei confronti del thé.
Bevo thé continuamente, l'unica differenza sta nel fatto che mentre sono in compagnia, bevo il thé con qualche goccia di latte e un po' di zucchero. Ma in realtà preferisco di gran lunga berlo così com'è, senza alterarlo con qualcos'altro, che andrebbe solo a modificarne il sapore.
Così i miei pomeriggi generalmente passano qui, in questa stanza, con me alla poltrona davanti al camino, con in mano una grande tazza di thé , che regolamente vado a riempire. E la mente si riposa tranquilla, libera di viaggiare.

Oggi però, le mie scorte di thé sono finite, e questo vuole dire che dovrò uscire fuori, attraversare la strada, svoltare a destra, e proseguire per una ventina di metri sempre a dritto. Oltre al fatto che potrei contrarre qualche malattia, potrebbe avvicinarmisi un sudicio topo, potrei sporcarmi il vestito.
Ma devo andare in tutti modi all'emporio di Finningham.

Mi metto il soprabito nero, quello lungo, in modo che la pioggia non bagni il mio vestito. E prendo uno dei miei tanti cappelli. Esco.

La strada acciottolata è lucida, e sembra riflettere come uno specchio il cielo lassù in alto, anche lui grigio come queste piccole pietre.
Mentre evito una pozzanghera di qualcosa che tutto sembra tranne pioggia, un gatto nero mi sorpassa furente per poi buttarsi in un vicolo buio, forse alla ricerca di qualche topo. Sorrido compaciuta, in un certo senso anche lui dà il suo contributo a liberare la città dalla fogna.

Oggi la Signora Finningham e consorte non sono di buonumore. In modo scorbutico mi porgono il sacchetto di carta con le foglie di thè sbriciolate, senza che io riesca ad aprire bocca.
"E' questo quello per cui sei venuta, sbaglio?", mi dice.
La guardo accigliata, le butto gli spiccioli necessari sul bancone, e per tutta risposta me ne vado sbattendo rumorosamente la porta.

Adesso ci sono molte più persone per la strada.
"Oh, cielo" sospiro ad alta voce. Il mio ritorno a casa lo percorro sviando da un lato all'altro della strada per evitare di sfiorare qualcuno. Non voglio correre rischi.

Poi eccolo lì, il portone beige, alle cui estremità vi sono dei piccoli fiori, che feci intagliare io un po' di tempo fa. Lo apro, ed entro dentro.
Liberandomi del soprabito e del cappello, mi dirigo subito in cucina, per preparare una tazza di thé.
Dopo aver bevuto quel prezioso liquido, tutto andrà meglio.

scritto da VivianWyndham alle ore 01:04 | commenti (14)
Categorie: il thé





giovedì, 03 aprile 2008

Una strana visita

Circondata dai miei pensieri che mi avvolgono come una una calda coperta, mi sento finalmente al sicuro adesso, con questa nuova vita. Anche se è ancora alta la luce del sole ho acceso un bel fuoco, oscurato le finestre, e posizionato infine la mia poltrona davanti al camino. Allison, però, mi guarda di sottecchi. Alle volte credo che dall'alto della sua posizione mi giudichi; sarà la mia impressione. E' rimasta l'unico appiglio materiale con il passato, ed in un certo qual modo le voglio bene. La tengo sempre in ordine, cercando di non far posare nemmeno un granello di polvere su di lei, ma ho smesso di rivolgerle la parola. Inutile chiaccherare con qualcuno da cui non avrai mai risposta. In compenso, alle volte mi sorprendo a parlare ad alta voce con me stessa; non che accada di frequente, ma anche questo mi fa pensare: forse è il caso di uscire un po' fuori? "Ma no!", mi dico subito, "non sopporto la sporcizia, il disordine, la confusione, non resisterei nemmeno un istante là fuori". Questione chiusa.

Il fatto è che, con il passare degli anni, sono diventata improvvisamente attenta a tutto, all'ordine, alla pulizia. La sola mattina non mi basta più per pulire a fondo la mia casa, ed è per questo che oramai sono abituata a svegliarmi alle prime luci dell'alba. Ed anche la notte, qualcun altro pensa a tenermi sveglia.

"Come è brutto là fuori" penso dentro di me scostando un poco la tenda, e affacciando i miei due occhi alla finestra. Improvvisamente mi sveglio di soprassalto "oh, no", mi porto le mani alla bocca, guardo smarrita a destra e a sinistra, non so che fare: sta venendo verso la mia casa. Con un forte slancio, richiudo velocemente la tenda, e appoggio la mia schiena al muro, ansante.

tum, tum, tum, tum. Qualcuno sta bussando alla vetrata. Ignoro. Ignoro ancora. "Signorina Wyndham, non mi avete riconosciuto? Sono io...". Riordino il mio vestito, e stampandomi un bel sorriso in faccia, vado a far cenno all'uomo, che mi indica la porta. "Sì, certo" annuisco, e con fatica, come se avessi un enorme peso sulle spalle, vado ad aprire la porta.

"Salve Signor Morris, passata una buona giornata?

"Come sempre cara. Come vanno le cose?", e così dicendo si toglie il ridicolo cappello dalla testa e si intrufola dentro il mio salotto.

"Vuole del thè? Glielo preparo subito, non mi è di alcun  disturbo", dico con la certezza che avrebbe rifiutato, ed invece ho fatto male i conti: il pastore Morris non ha nessuna intenzione di andarsene.

Di ritorno dalla cucina, con un vassoio ed il thè fumante, trovo l'uomo intento ad osservare la mia libreria con scrupolosa attenzione. Le sue dita scivolano da un titolo ad un altro. Accortosi della mia presenza, si rivolge a me "Sorprendente, e tutti con un'ottima rilegatura, ne dovete essere fiera".

Annuisco timidamente.

"Le vendite come vanno? E' un po' che non vedo più un gran movimento da queste parti".

Che sfacciato! penso. "Non mi posso lamentare". In realtà non ho più aperto la libreria al pubblico da qualche mese, ma non voglio entrare con lui in questo argomento. Gli porgo la sua tazza. "Ed ora volete dirmi il motivo di questa vostra visita?", le mie buone maniere stanno soccombendo davanti alla sua figura.

"Sapete che ho a cuore la vostra sorte, mia cara Signorina Wyndham..", si arresta. Gira rumorosamente il cucchiaino di metallo a lungo. Chissà se la tazza di porcellana resisterà a tanta furia. Beve un sorso, si schiarisce la voce, e prosegue. "La stranezza è all'ordine del giorno, non trova?", noto un cambiamento nella sua voce. "Non sappiamo più a chi credere".

"Non vi seguo, reverendo", gli dico.

Avvicina la sua poltrona alla mia e continua "Persone, che un tempo erano di fiducia, sono venute a dirmi cose spaventose".

"Che genere di cose?"

Ora sembra impaurito. "Ah, non badate a quel che dico, forse sto impazzendo, o semplicemente invecchiando", esita "parole giunte ai miei orecchi, atroci, terribili, inaudite. Ma sono solo le parole di un vecchio mendicante, non dovrei più dar retta a quel che dice".

"Sconcertante, sì, ma non vedo di cosa allarmarsi. Sono solo parole buttate al vento. Non volete mica credergli sul serio. Ho ben presente di chi parlate. Ogni giorno ha una nuova storia, se lo dovessi ascoltare sul serio, invece che sentirlo mio malgrado perchè passa dalla mia strada, non dormirei più la notte. Non dategli retta", affermo, rassicurandolo un poco.

Prende la testa fra le mani, afflitto. "E poi, cosa avrà detto di così tanto sconvolgente?" gli dico, abbozzando un sorriso.

"Oh, niente, niente", mi risponde. E' diventato pallido. "Avete ragione, cercherò di non dolermene più. Ma temo per voi, mia cara, prestate attenzione. Le strade di Londra non sono più quelle di una volta, e voi siete ancora così giovane". Detto questo mi sfiora il viso con la mano, osservandomi con tenerezza. Poi abbassa lo sguardo, si rimette il cappello in testa, e esce fuori da casa mia.

"Finalmente!" dico io, sollevata.

scritto da VivianWyndham alle ore 01:16 | commenti (19)
Categorie: una strana visita





mercoledì, 02 aprile 2008

Il mio nome è Vivian Wyndham

Le vicende si susseguono in un'esaltante velocità nella vita. Niente però viene dimenticato, specie i ricordi dolorosi, così vivi nella mia memoria. Sola come sono a questo mondo, riverso il mio amore nella musica. Un piccolo piano occupa l'angolo della mia sala, la stanza in cui passo la maggior parte del mio tempo, e quando suono i suoi preziosi tasti ritrovo me stessa.
La mia famiglia non c'è più, e no, non sono vedova. La verità è che non avevo alcuna dote degna di un qualsiasi gentiluomo, e forse nemmeno l'avvenenza, ma non mi era mai importato. Quello che mi serviva per vivere l'avevo vicino a me, il mio caro amico.
Dopo quell'anno lontano le cose sono cambiate, non vivo più nella catapecchia dall'altra parte della città, ma in questa comoda casa a due piani. I soldi? Oh, quelli ho trovato il modo di ottenerli, ma non ho dovuto rendermi malvagia per conseguire i miei scopi, solo un po' più furba. Ma questa è un'altra storia.
Sono nata qui a Londra, una città che amo, specie da bambina. Anche se non avevevamo molti soldi e vivevamo in una soffitta al terzo piano di un vecchio palazzo, adoravo l'idea di avere quel parco meraviglioso così vicino a me. Quel verde intenso è ancora nei miei sogni, ma quando riapro i miei occhi vedo tutto più buio.

scritto da VivianWyndham alle ore 01:47 | commenti (18)
Categorie: chi sono io